Due lettere, un pronome

Due lettere, un pronome

Con sentenza del 4 maggio 2018 relativa al procedimento T-241/16, il Tribunale dell’Unione Europea ha deciso che non sussiste alcun rischio di confusione tra il marchio denominativo anteriore WE e il marchio successivo costituito dalle lettere EW scritte in un carattere tipografico molto banale e che rivendica merci per lo più identiche. La decisione sostiene che una semplice inversione di due lettere non comporta automaticamente un rischio di confusione.

            

La sentenza in inglese o in francese è consultabile qui.

Il caso è relativamente semplice ma è interessante segnalarlo per la frequenza con cui possono capitare casi simili.

Dal lato del richiedente la domanda di registrazione del marchio UE, abbiamo il celebre centro commerciale spagnolo El Corte Inglés che ha richiesto la registrazione del marchio stilizzato EW per vari prodotti delle classi 3, 18 e 25 (la cosiddetta “fashion industry”).

Nel marchio depositato a livello europeo le lettere “E” e “W” sono interconnesse nella parte superiore.

Dall’altro lato, quello dell’opponente, abbiamo la ditta WE Brand Sàrl che, per l’appunto, si è opposta alla registrazione del marchio EW di El Corte Inglés sulla base di un precedente marchio denominativo UE costituito dalle due lettere WE e finalizzato anch’esso a contraddistinguere prodotti identici o simili della cosiddetta “fashion industry”.

La divisione di opposizione ha accolto l’opposizione rispetto alla maggior parte delle merci.

La seconda commissione di ricorso ha respinto il ricorso proposto da El Corte Inglés.

Il punto centrale della decisione dei giudici di Lussemburgo sta nella diversa lettura della somiglianza tra i marchi.

Segnatamente, il Tribunale ha ritenuto che:

– sia un marchio denominativo che un marchio figurativo hanno forme grafiche in grado di creare un’impressione visiva;

– la semplice presenza delle stesse due lettere nei segni non è sufficiente per concludere che esiste un grado medio di somiglianza visiva;

– il pubblico di riferimento percepisce le differenze tra i segni brevi più chiaramente;

– esiste un basso grado di somiglianza tra i segni WE ed EW perché le lettere “W” ed “E” sono disposte in un ordine diverso, e inoltre;

– l’interconnessione nella parte superiore delle lettere “E” e “W” rafforza l’impressione che il marchio contestato sia una singola sillaba e un tutto indivisibile.

Secondo il Tribunale, esiste al massimo una somiglianza fonetica tra i segni perché il pubblico di lingua inglese pronuncia i due marchi in modo diverso.

Il paragone concettuale era considerato neutrale rispetto al pubblico non anglofono e dissimile dal pubblico di lingua inglese perché quest’ultimo avrebbe capito il marchio WE come riferimento al pronome della prima persona plurale.

 

In conclusione, il Tribunale ha constatato che l’impressione generale esercitata sul pubblico pertinente dai segni in questione non comportava un rischio di confusione, anche se i prodotti in questione erano identici o simili.

Lo avrebbe fatto il Tribunale lo stesso ragionamento se le due lettere non corrispondevano ad un pronome o comunque ad una sigla di contenuto facilmente percepibile?

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