Il caffè di Besiana

Il racconto

“Dai accompagnami!”, chiese Carla a Besiana.

“Non posso” rispose Besiana. “Ho lezione alle 5. Potrebbe essere l’argomento su cui faccio la tesi”.

Besiana stava seguendo il Master in Intellectual Property Rights; le stava interessando parecchio e per la prima volta nella sua vita aveva avuto la sensazione che avrebbe potuto lavorare in questo settore.

Tuttavia, di fronte all’insistenza di Carla non ci fu nulla da fare.

Arrivarono al Centro Commerciale alle 2 e trenta circa.

Carla si sentiva a casa, anzi, aveva lo stesso entusiasmo di un adolescente invitato ad una festa.

Besiana si annoiava nei centri commerciali che diventavano terreno fertile per divagazioni di ogni tipo: ad esempio, Besiana pensava al fatto che gli affitti degli spazi nei centri commerciali sono molto costosi; pensava al fatto che chi lavorava nei negozi dei centri commerciali doveva garantire l’apertura anche nei giorni di festa e fino a tarda sera per poi riprendere l’auto in un garage semi vuoto.

Guardò l’orologio e si accorse che era passata solo mezz’ora da quando era arrivata nel Centro Commerciale.

I negozi offrivano merce a prezzi inaccessibili e solo quella fashion addicted di Carla poteva avere interesse a stare in quel posto.

Besiana si domandò perché il tempo nei Centri Commerciali scorresse così lento.

Ripensò al saggio di Roland Barthes in cui si mettono in connessione il potere e l’attesa.

Ripensò a come i professori del Master facessero sempre attendere gli studenti ed ebbe ulteriormente chiaro che generare attesa era un mezzo per esercitare il potere.

Ripensò alla lezione di marketing in cui il professore spiegava le strategie delle catene che gestiscono sale cinematografiche.

Tra le strategie c’era (e c’è!) anche quella di mettere il film più richiesto in sale più piccole almeno la gente che ha atteso accetterà gioco forza di andare a vedere un altro film modificando all’ultimo il programma che si era prefisso.

Pensò di trovarsi nella stessa condizione.

Lei in quel Centro Commerciale era un cliente “captive”; pensò che la parola “captive” non significa cattivo ma prigioniero ed è proprio da li che viene il nostro uso del termine cattivo.

Guardò di nuovo l’orologio e si accorse che erano passata un’altra mezz’ora.

Lo stesso tempo che aveva passato a bighellonare tra le gabbie del Centro Commerciale lo aveva passato a riflettere sul senso dell’attesa.

Istintivamente comprese che era meglio sedersi nella panchina di fronte al negozio dove Carla stava provando l’ennesimo paio di pantaloni e aspettare che il tempo passasse.

L’umanità nei Centri Commerciali è molto variabile.

Una donna in tailleur bicolore con la gonna al ginocchio può essere una professoressa universitaria o un hostess impegnata a reclamizzare un nuovo formaggio ultra dietetico.

Una donna con tacco dodici (e Besiana notò che ce ne erano più di quante si potesse immaginare) poteva essere una manager o una che si era vestita così per sentirsi può adeguata alla frequentazione di quel tempio laico.

Vide una madre che si disinteressava del proprio bambino pur di capire se davvero il profumo costasse meno che nel negozio sotto casa.

Vide un volto conosciuto e si sentì come colpita da una scarica elettrica all’altezza del torace.

Si alzò dalla panchina non senza urtare in un angolo della stessa e, in un brevissimo lasso di tempo (la definizione di un attimo?), si trovò di fronte al volto conosciuto.

“Ciao Besiana, ho appena letto che hanno cancellato la lezione di oggi. Sto andando al cinema insieme a degli amici. Vieni anche tu?”.

Anche stavolta la timidezza la fece da padrona, così si limitò a dire a Marco (nome proprio del volto conosciuto) che “no, aspetto Carla e poi torniamo a casa a studiare”.

“Ok ma, senti, ho notato che sbatti spesso, hai mai pensato di fare una visita neurologica? Disse Marco mentre si chinava a guardare se i jeans di Besiana si fossero tagliati nell’urtare lo spigolo della panchina. “Sai mio padre è un neurologo e mi ha detto che le case farmaceutiche stanno investendo molto su questo tipo di disturbi. Io pensavo addirittura di fare la tesi sui brevetti di neurologia!”

Marco continuava a parlare sull’innovazione in campo neurologico ma Besiana non lo sentiva più.

Tutto ad un tratto aveva capito che i brevetti rendono le persone scortesi.

Salutato Marco, decise di prendere un caffè e qui una delle solite divagazioni si trasformò in una vera e propria illuminazione.

Guardando un barattolo di chicchi di caffè posto in una mensola sopra la macchina del caffè, Besiana capì che il suo sogno era aprire una caffetteria tutto sua immagine e somiglianza; ci sarebbero stati tanti tipi di caffè diversi, tanti tipi di tè e tisane e poi dolci artigianali di ogni tipo e un sacco di libri e riviste da sfogliare, in un chicco di caffè ci possono essere un sacco di diritti di proprietà industriale. Ci possono essere brevetti sul sistema di macinazione, varietà vegetali protette sulla pianta di caffè o denominazioni di origine, disegni o modelli sulle tazzine e i cucchiaini, il marchio di quel caffè che aveva bevuto senz’altro era stato registrato e non ultimo ci possono essere un sacco di segreti (pardon, Know How) sul modo di macinare, preparare o mescere il caffè.

 

L’analisi giuridica

Besiana si è emozionata al pensiero di avere un bar tutto suo.

È stata una reazione ad una frase infelice di un suo compagno di studi incontrato per caso in un centro commerciale.

Tuttavia, nulla ci vieta di prenderla sul serio.

Possiamo anche immaginare che con le competenze che ha acquisito al Master la gestione del Bar di Besiana sia ancorata alla massimizzazione degli asset (o diritti che dir si voglia) di proprietà industriale.

Già perché in un chicco di caffè ci possono essere un sacco di diritti di proprietà industriale.

Ci possono essere brevetti sul sistema di macinazione; la pianta di caffè può essere protetta come varietà vegetale o denominazione di origine; ci possono essere disegni o modelli sulle tazzine e i cucchiaini; il marchio sarà stato registrato e, non ultimo, ci possono essere molti segreti (pardon, Know How) sul modo di macinare, preparare o mescere il caffè.

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