Kiko vince su Wycon: la Corte d’Appello conferma la tutela del diritto d’autore

La Corte d’Appello, con la sentenza n. 1543 del 2018, ha avvalorato la decisione già espressa dal Tribunale di Milano nell’ottobre 2015, confermando la tutela autorale per i concept store di Kiko.

La vicenda ha avuto inizio nel 2013, quando Kiko, marchio cosmetico milanese che fa capo al gruppo Percassi, cita Wycon, società di Perugia fondata da Raffaella Pagano e Gianfranco Satta, per far accertare, come viene ben spiegato in questo articolo, “l’indebita ripresa, nell’allestimento dei suoi negozi, degli elementi aventi originale combinazione nel loro insieme, caratterizzanti i punti vendita Kiko, dello sfruttamento del layout, frutto di anni di investimento e ricerca, e della concorrenza parassitaria, determinata dall’imitazione continuativa e sistematica delle iniziative dell’attrice, nonché la violazione dei diritti esclusivi di Kiko sul progetto di architettura realizzato dallo Studio Iosa Ghini Associati”.

Già nel 2015, a conclusione del primo processo, il Tribunale di Milano aveva riconosciuto la fondatezza delle pretese di Kiko, sollecitando Wycon a non proseguire ulteriormente con lo sfruttamento del progetto di architettura di interni dei concept store, invitandola a modificarlo, fissando una penale di euro 10.000 per ogni negozio che avesse mantenuto gli arredamenti e condannando la società perugina al risarcimento dei danni.

Naturalmente Wycon ha ricorso alla Corte d’Appello, che però ha confermato “sostanzialmente, per l’intero la sentenza appellata, la quale ha correttamente ed efficacemente evidenziato la presenza, nell’arredamento, dei negozi Kiko, di caratteristiche di creatività e di novità, che rendono il relativo progetto meritevole di tutela autoriale”. I giudici hanno commentato le fotografie dei negozi Wycon spiegando che, “sia nell’impressione visiva d’insieme, sia nella composizione strutturale dei punti di vendita, una somiglianza impressionante”.

La Cassazione, con la sentenza n. 8433 del 30 aprile 2020, ha infine confermato la precedente imputazione, aggiungendo l’obbligo di modificare i negozi presenti sul territorio nazionale entro 150 giorni dalla notifica della sentenza esecutiva.

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