La direttiva Copyright in Italia: c’è ancora (molta) strada da fare

Lo scorso 22 aprile, la legge di delegazione europea 2019/2020 (n. 53/2021) ha avuto l’approvazione anche dal Senato, con 215 voti favorevoli, 19 contrari e un astenuto, dopo il via libera della Camera dei Deputati raggiunto lo scorso marzo. Tra le trentanove direttive indicate nel testo, una ha maggiormente guadagnato gli onori della cronaca negli ultimi anni: si tratta della Direttiva (UE) 2019/790 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 17 aprile 2019 sul diritto d’autore e sui diritti connessi nel mercato unico digitale.

Grazie al lavoro di Governo e Parlamento, l’Italia è tra i primi paesi europei ad approvare la legge che porterà al recepimento della direttiva UE sul diritto d’autore – ha commentato il Ministro della Cultura, Dario Franceschini -. È il giusto riconoscimento al valore dell’industria creativa nazionale, che supera le contrapposizioni tra gli operatori over the top e i produttori di contenuti per arrivare a una sintesi capace di fare del digitale uno strumento di crescita per tutti, tutelando gli autori e promuovendo la loro opera”.

I primi effetti concreti della suddetta Direttiva sono stati visibili in Francia nello scorso mese di gennaio, quando è stata divulgata la notizia di un accordo quadro raggiunto fra Google e l’Alliance de la Presse d’Information Générale (APIG), associazione che riunisce i maggiori editori transalpini. Tale accordo prevede un pagamento da parte della multinazionale per i contenuti pubblicati online, basato su criteri tra cui volume giornaliero di pubblicazioni e traffico mensile su Internet. L’accordo in questione segue un fascio di accordi individuali che Google stesso aveva siglato nei mesi precedenti con alcuni quotidiani e settimanali, dopo la decisione del 9 aprile 2020 dell’Autorità Garante della Concorrenza e, ancora prima, il recepimento dell’articolo 15 della Direttiva dal titolo “Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo online” con la legge n. 2019-775 del luglio 2019.

Non è un caso, tuttavia, che il recepimento sia avvenuto in relazione non all’intera Direttiva ma scorporandone specifici articoli. Infatti, grande dibattito si è aperto, a livello di Unione Europea, a titolo di esempio con riferimento all’articolo 17, intitolato “Utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi di condivisione di contenuti online”. La Polonia, infatti, ha incardinato davanti alla Corte di Giustizia UE una causa nei confronti del Parlamento Europeo e del Consiglio (C-401/19) allo scopo di ottenere l’annullamento parziale del suddetto articolo e, in particolare, delle lettere b) e c) del paragrafo 4, asserendo la violazione del diritto alla libertà di espressione ed informazione garantito dall’articolo 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Tale violazione scaturirebbe dalla previsione di meccanismi di controllo preventivo che i prestatori di servizi di condivisione di contenuti online dovrebbero predisporre al fine di evitare di incorrere in responsabilità.

Ciò significa che, nonostante le reazioni favorevoli, in Italia, da parte dei maggiori stakeholders del mondo della cultura, fra cui FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali), SIAE (Società Italiana Autori ed Editori), FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), AIE (Associazione Italiana Editori) e Confindustria Cultura Italia, rimangono molti gli interrogativi sul tavolo dei redattori del testo del decreto. È l’art. 9 della legge di delegazione a precisare alcuni principi e criteri direttivi specifici, tra cui la garanzia di adeguati livelli di sicurezza di reti e banche dati coinvolte nell’art. 3; l’accezione più ampia possibile da fornire alla definizione di “istituti di tutela del patrimonio culturale” titolari delle eccezioni e/o limitazioni segnalate nell’art. 8; l’individuazione di requisiti specifici per la determinazione dello status “fuori commercio” di un’opera; la definizione del concetto di “estratti molto brevi” indicato sia al considerando 58 sia all’art. 15; il livello di diligenza richiesto dal criterio dei “massimi sforzi” di cui all’art. 17 par. 4; le caratteristiche della disciplina relativa a ricorsi e reclami citata nel par. 9 dello stesso articolo.

Per l’approvazione dei decreti attuativi, secondo quanto statuito dall’articolo 26 della Direttiva stessa, ci sarà tempo fino al prossimo 7 giugno 2021.

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