La rilevazione dell’attività di ricerca “fallita” da parte delle imprese ai fini del credito d’imposta

La rilevazione dell’attività di ricerca “fallita” da parte delle imprese ai fini del credito d’imposta

Il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) ha finalmente preso posizione e dato risposta ai numerosi dubbi sorti alle imprese con riferimento alle modalità di calcolo per la fruizione del credito d’imposta alla ricerca per attività di R&S di cui all’articolo 3 del decreto Destinazione Italia (D.L. n. 145/2013), interamente sostituito dall’articolo 1, comma 35, della legge di Stabilità 2015 (l. n. 190/2017), qualora la detta attività non abbia dato gli esiti positivi sperati e possa, pertanto, considerarsi “fallita”.

Il quesito partendo dalla circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 11/E/2016 sul Patent box, si pone il dubbio sul se i costi ammissibili, collegati ad un’attività di R&S, che non ha avuto buon esito, debbano essere considerati o meno ai fini del calcolo dei costi presi in esame per il credito d’imposta alla ricerca.

La risposta è stata alquanto lineare poiché la soluzione offerta consiste nel fatto che i detti devono essere conteggiati ai fini del credito d’imposta per attività di R&S, ma non ai fini del Patent box, tanto che la conseguenza pare sia che il conteggiare i costi della “ricerca fallita” nel passato potrebbe essere uno svantaggio per le imprese che hanno avviato la ricerca con determinati obiettivi e che si sono trovate a sviluppare test su prototipi che, poi, non hanno dato i risultati sperati.

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