bentley motors

Non avrebbe potuto scegliere una metafora più azzeccata della biblica lotta impari, il legale di Bentley Clothing, per commentare la sentenza della Corte d’Appello britannica che, a metà dicembre, ha confermato la pronuncia della High Court nel caso che ha visto contrapposti la casa automobilistica di lusso Bentley Motors e la società a conduzione familiare di Manchester Bentley Clothing

Le origini della disputa si possono ricondurre indietro nel tempo.
Intorno al 1987,
Bentley Motors ha iniziato la commercializzazione di uno stock limitato di capi di abbigliamento sui quali compariva il famoso logo che ritrae la lettera B fra due ali, ma non la parola “BENTLEY”.


Nel 1998
Bentley Clothing (nome con cui il procedimento si riferisce alle società Brandlogic Limited e Bentley 1962 Limited), titolare – sin dal 1982 – dei diritti sul marchio denominativo “BENTLEY”, aveva preso contatti con la casa automobilistica, all’epoca appena acquisita da Volkswagen, ai fini di proporre una licenza d’uso. L’approccio, però, dopo una serie di incontri, si era concluso con una manifestazione di non interesse.

Secondo il giudice Hacon, estensore della sentenza della High Court, almeno per i primi tempi di attività, si è potuta evincere una situazione di onesta concorrenza da parte di Bentley Motors, modificata – però – quando, in seguito alla presa di contatti da parte di Bentley Clothing, la casa automobilistica ha preso la consapevole determinazione di affiancare, in relazione alla propria offerta di abbigliamento e cappelleria, il marchio “BENTLEY” a quello figurativo della “B alata”. La strategia, ritiene il giudice, aveva lo scopo di aumentare sempre più la preminenza del segno denominativo su quello figurativo, tramite una serie di passi successivi, nella speranza che nessuna fase provocasse una reazione da parte della piccola società attiva esclusivamente nel campo dell’abbigliamento.

Successivamente, Bentley Motors ha, altresì, iniziato vari procedimenti relativi alla titolarità del marchio “BENTLEY”, sia a livello nazionale sia a livello di Unione Europea, in quello che è stato definito un tentativo di “estinguere” i diritti di Bentley Clothing. Una volta posta sotto il fuoco delle azioni di cancellazione proposte da Bentley Motors verso tutti i propri marchi “BENTLEY” registrati presso l’Ufficio per la Proprietà Intellettuale del Regno Unito (UKIPO), Bentley Clothing ha iniziato, nel 2017, il procedimento conclusosi recentemente. 

La sentenza di primo grado nel caso Bentley 1962 Limited and Brandlogic Limited v Bentley Motors Limited, datata novembre 2019, impedisce alla casa automobilistica di utilizzare il segno “BENTLEY” sia da solo sia unito al famoso logo alato, sulla propria linea di abbigliamento nel Regno Unito, nonché di porre sul mercato, in futuro, capi diversi dal limitato range indicato nella pronuncia stessa.

I legali di Bentley Motors hanno, quindi, presentato appello sostenendo che la società avesse commercializzato capi di abbigliamento nel Regno Unito per trent’anni senza che, in alcun momento, fosse fornita prova alcuna di qualsiasi confondibilità con il marchio di un’altra società.
La Corte d’Appello ha, però, rigettato, unanimemente, tale ricorso, affermando l’assenza di qualsiasi base giuridica atta ad interferire con la sentenza di primo grado e confermando, conseguentemente, la responsabilità ricollegata alla violazione dei marchi registrati di
Bentley Clothing.

Chris Lees, co-proprietario di Bentley Clothing, ha commentato l’esito delle sentenze con grande sollievo, non mancando, tuttavia, di sottolineare come la lunga battaglia legale avesse avuto conseguenze rovinose sia per l’azienda, acquistata dal padre Bob agli inizi degli anni ’90, sia per la propria famiglia, in particolare da un punto di vista economico, con più di 50.000 sterline in spese legali, e da un punto di vista emotivo.

Come efficacemente sottolineato dal legale di Bentley Clothing, il caso in esame dimostra come il diritto protegga efficacemente i titolari di marchi dalle violazioni degli stessi, anche in situazioni nelle quali non è possibile identificare una reale parità delle armi a disposizione dei contendenti.