cipro

La saga di pronunce aventi ad oggetto il marchio collettivo dell’Unione Europea “HALLOUMI”, termine che indica una tipologia di formaggio prodotta esclusivamente a Cipro con specifici ingredienti e metodologie, si è arricchita, nei mesi scorsi, di interessanti tasselli in più di una disputa che ha visto contrapposti la Foundation for the Protection of the Traditional Cheese of Cyprus named Halloumi e l’Ufficio Europeo per la Proprietà Intellettuale (EUIPO).

Secondo l’art. 74 del Regolamento Marchi dell’Unione Europea, si definiscono marchi collettivi quelli idonei a distinguere i prodotti o i servizi dei membri dell’associazione titolare da quelli di altre imprese. La domanda di marchio collettivo dell’Unione Europea, inoltre, può essere depositata esclusivamente da associazioni di fabbricanti, produttori, prestatori di servizi o commercianti e persone giuridiche di diritto pubblico aventi un’organizzazione simile a quella delle associazioni. Generalmente, il soggetto titolare è l’ente con la funzione di garantire origine, natura o qualità dei prodotti o servizi rivendicati dal marchio, non l’utilizzatore effettivo del marchio in questione.

Nel caso di specie, il marchio collettivo “HALLOUMI”, registrato nel 2000, ha, altresì, lo scopo di designare l’origine geografica dei prodotti a cui si riferisce e, con il proprio specifico regolamento d’uso, consente a tutti coloro i cui formaggi provengono dalla zona geografica in questione (Cipro) di diventare membri della Foundation for the Protection of the Traditional Cheese of Cyprus named Halloumi.

La stessa, basandosi esattamente sul marchio collettivo in propria titolarità, si era opposta alla registrazione del marchio dell’Unione Europea relativo al segno “BBQLOUMI” di carattere figurativo, ma contenente, altresì, l’elemento verbale “BBQLOUMI” depositato dalla società bulgara M.J. Dairies Eood nel 2014.
L’EUIPO, tuttavia, aveva respinto l’opposizione dichiarando l’assenza del rischio di confusione rispetto all’origine dei prodotti tra il marchio richiesto e quello anteriore cipriota. Sulla medesima linea si era espresso nel 2018 il Tribunale dell’Unione Europea, sottolineando come il debole carattere distintivo del termine “halloumi” conducesse alla mancanza del rischio di confusione che avrebbe, invece, giustificato l’esito positivo della procedura di opposizione. La Foundation ha, quindi, impugnato tale decisione davanti alla Corte di Giustizia, che si è espressa su vari punti degni di nota, in particolare relativamente alla nozione di marchio collettivo ed alle conseguenze derivanti da tale peculiare nozione.

Nella sentenza del 5 marzo 2020 relativa alla causa C 766/18 P la Corte di Giustizia ha, in prima battuta, sottolineato come, dal momento che la funzione essenziale di un marchio collettivo è quella di distinguere i prodotti o i servizi dei membri dell’associazione titolare da quelli di altre imprese, il rischio di confusione “deve essere inteso come il rischio che il pubblico possa credere che i prodotti o servizi coperti dal marchio anteriore e quelli coperti dal marchio richiesto provengano tutti dai membri dell’associazione titolare del marchio anteriore o, se del caso, da imprese economicamente legate a tali membri o a tale associazione. Tuttavia, la Corte ha altresì rilevato come nessuna delle caratteristiche proprie del marchio collettivo giustifichi deroghe ai criteri di valutazione del rischio di confusione, respingendo, dunque, le argomentazioni della Foundation.

La decisione del Tribunale era basata sulla premessa secondo cui, accertato che la somiglianza dei marchi in conflitto non permette di rilevare rischio di confusione, esso è escluso quando il marchio anteriore risulta soltanto debolmente distintivo. Una premessa, questa, giudicata erronea dalla Corte, che sottolinea come occorra sempre analizzare se vi sia una compensazione tra il debole grado di somiglianza dei marchi e l’eventuale elevato grado di somiglianza, nonché addirittura, identità, fra i prodotti (o servizi) rivendicati.

Segnalato l’errore di diritto da parte del Tribunale, la causa è stata rinviata allo stesso per una nuova valutazione sull’esistenza del rischio di confusione, valutazione che è giunta con la decisione del 20 gennaio 2021 nella causa T 328/17: il Tribunale ha reiterato la correttezza della conclusione, da parte dell’EUIPO, rispetto all’assenza del rischio di confusione fra i segni in conflitto.

Nonostante un nuovo appello alla Corte di Giustizia sia tecnicamente possibile, ad oggi si è concretizzato proprio l’esito che molti commentatori avevano previsto in seguito alla decisione del 2020, ossia quello di una vittoria di Pirro per la Fondazione cipriota. Il 24 marzo 2021, infatti, il Tribunale UE ha, nuovamente, decretato una sconfitta per la Foundation, questa volta nella procedura n. T 282/19, sempre contro l’EUIPO, in relazione all’azione di cancellazione proposta nei confronti della registrazione di marchio dell’Unione Europea relativa al segno riportato nell’immagine qui a fianco, depositato dalla società greca Filotas Bellas & Yios AE, confutando entrambi i filoni argomentativi proposti dalla Fondazione, ossia l’errata considerazione del carattere descrittivo del termine “HALLOUMI” e la malafede della domanda greca e sottolineando, ancora una volta, il debole carattere distintivo del marchio collettivo.

Forse, però, una luce alla fine del tunnel sembra intravedersi per la fazione cipriota: recentissime dichiarazioni dal Ministero dell’Agricoltura, sebbene non ancora confermate da fonti dell’Unione Europea, hanno indicato come, dopo un procedimento di sette anni, qualche giorno fa sia stata concessa dall’Unione stessa la Denominazione di Origine Protetta (DOP) che consente al solo halloumi cipriota di essere commercializzato all’estero con questo nome.

8 Aprile 2021

Halloumi: la storia infinita

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