Nella sentenza resa nella causa C-783/19, la Corte UE – esaminando concretamente il caso della catena di tapas bar spagnoli recanti la denominazione “Champanillo” (piccolo champagne) accompagnata da due coppe riempite di una bevanda spumante per designare e promuovere i suoi locali – ha fornito l’occasione ai giudici della Corte UE di potersi soffermare e chiarire quale sia esattamente l’ambito di applicazione del Regolamento Ue 1308/2013 che regola la protezione dei prodotti a denominazione di origine protetta.

La conclusione contempla l’estensione della tutela accordata dal menzionato Regolamento Ue ai prodotti a denominazione di origine protetta anche ai servizi “collegati”.

La controversia è sorta allorquando il Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne (CIVC), organismo per la tutela degli interessi dei produttori di champagne, ha adito i giudici spagnoli al fine di ottenere il divieto dell’uso del termine champanillo ritenendo che costituisse una violazione della denominazione d’origine protetta (DOP) «Champagne».

Nella statuizione della sentenza, la Corte, in primo luogo, ha dichiarato che il Regolamento protegge le DOP da condotte relative sia a prodotti che a servizi, avendo lo scopo di garantire ai consumatori che i prodotti abbiano talune caratteristiche particolari, così da poter tutelare gli sforzi qualitativi dei produttori. In forza di ciò, il Regolamento contemplerebbe una protezione ad ampio raggio destinata ad estendersi a tutti gli usi che sfruttano la notorietà associata ai prodotti protetti da una di tali indicazioni. Una interpretazione diversa dell’articolo 103, paragrafo 2, lettera b), del Regolamento non consentirebbe di conseguire pienamente l’obiettivo di protezione, considerato che la notorietà di un prodotto DOP può essere indebitamente sfruttata anche quando la pratica prevista da tale disposizione riguarda un servizio.

Non solo. In secondo luogo, si fa osservare come la Corte rilevi che il Regolamento non contiene indicazioni riguardo al fatto che la protezione contro qualsiasi evocazione sarebbe limitata alle sole ipotesi in cui i prodotti designati dalla DOP e i prodotti o i servizi per i quali è utilizzato il segno controverso siano «comparabili» o «simili». L’evocazione, infatti, potrebbe risultare anche da una «vicinanza concettuale» tra la denominazione protetta e il segno di cui trattasi, ragion per cui il criterio determinante è quello di accertare se il consumatore, in presenza di una denominazione controversa, sia indotto ad avere direttamente in mente, come immagine di riferimento, la merce protetta dalla DOP.

La conclusione è, pertanto, quella per cui il Regolamento deve essere interpretato nel senso che l’«evocazione» non richiede, quale presupposto, che il prodotto che beneficia di una DOP e il prodotto o il servizio contrassegnato dal segno controverso siano identici o simili e, dall’altro, si configura quando l’uso di una denominazione produce, nella mente di un consumatore europeo medio, normalmente informato e ragionevolmente attento ed avveduto, un nesso sufficientemente diretto ed univoco tra tale denominazione e la DOP stessa.

Si tenga presente che l’esistenza del “nesso” può risultare da diversi elementi, quali: l’incorporazione parziale della denominazione protetta, l’affinità fonetica e visiva tra le due denominazioni e la somiglianza che ne deriva; comunque anche nell’eventuale assenza di tali elementi, dalla stessa vicinanza concettuale tra la DOP e la denominazione di cui trattasi od, ancora, da una somiglianza tra i prodotti protetti da tale medesima DOP e i prodotti/servizi contrassegnati da tale medesima denominazione.

21 Settembre 2021

DOP ad ampio raggio: tutela sia dei prodotti sia dei “servizi” collegati al food

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