diritti di privativa

Il brand statunitense Tiffany & Co. è considerato un’icona internazionale di eleganza e raffinatezza nel settore della gioielleria ed argenteria, ma non solo.
Ciò che ha contraddistinto e che ha reso inimitabile la società nel mercato del luxury è stata la tonalità di colore – anche nota come Tiffany Blue – con cui vengono, oggi, contraddistinti prodotti come astucci per gioielli, borse, carte regalo, opuscoli e vari altri articoli di merchandising in quantità sempre più elevata.

Il colore in questione – il Tiffany Blue – è stato scelto dal fondatore della società, il gioielliere Charles Lewis, insieme a John Young nel 1837 per la copertina del Blue Book, ovvero la collezione annuale di gemme preziose presentata da Tiffany e costituisce, a partire dal 1998, un marchio di colore registrato in diversi Paesi che per essere utilizzato da parte di terzi richiede la sottoscrizione di un apposito contratto di licenza.

La registrazione di un marchio di colore, finalizzata ad apprestare tutelare ad una specifica tonalità di colore a condizione che quest’ultima sia adatta a distinguere i prodotti o i servizi di un’impresa da quelli di altre società, permette a Tiffany & Co. – così come a molti altri colossi della moda tra cui, ad esempio Louboutin per l’uso della tonalità rossa in Pantone 18-1663TP o Hermès per una specifica sfumatura di arancione  – di essere titolari di diritti di privativa su particolari colori, registrati come marchio proprio allo scopo di perseguire specifici interessi e risultati in termini di marketing.

La questione relativa alla cosiddetta “monopolizzazione” e, conseguente, monetizzazione dei colori ha suscitato l’attenzione di Stuart Semple, artista e critico d’arte britannico. Semple, infatti, ha più volte lamentato l’impossibilità di poter utilizzare nelle sue opere d’arte il Tiffany Blue, in quanto il marchio di colore è stato registrato per l’uso con riferimento a diverse classi di prodotti e servizi indicati dalla Classificazione di Nizza. Nonostante ciò, anzi proprio in ragione di ciò, Semple ha, dunque, dato vita ad una vera e propria battaglia ribattezzata sui social media come “#FreeTiffany e finalizzata a “liberare” il colore Tiffany Blue a suo dire tenuto “prigioniero dal 1998”.

La campagna provocatoria di Semple non si è limitata a vuoti proclami, ma, recentemente, si è arricchita di un passo concreto. L’artista britannico ha, infatti, creato una vernice acrilica opaca di alta qualità che imita il blu del marchio newyorkese di gioielli, e ha, recentemente, messo in vendita dei campioni da 150 ml sul suo sito di e-commerce, Culture Hustle, per circa 28 dollari inserendovi il nome del brand, “TIFFANY & CO.”, parzialmente cancellato da un tratto di inchiostro nero.

Di fronte allo stupore della stampa, Semple ha dichiarato che l’intento di questo progetto è quello di “rendere questo colore, prima irraggiungibile, disponibile a tutti gli artisti per la realizzazione delle loro creazioni” pur consapevole delle possibili conseguenze legali derivanti dalla sua azione.

La risposta di Tiffany & Co. potrebbe non tardare ad attraversare l’Atlantico per raggiungere Semple. Infatti, la società – come sottolineato sopra – è titolare di registrazioni di marchio per una serie di prodotti e servizi su cui può essere apposto il Tiffany Blue, specifici e definiti dalle singole rivendiche. In definitiva, però, i diritti dei titolari di marchi registrati, a seconda dei Paesi, da un certo periodo di tempo, sono limitati agli usi che effettivamente e costantemente essi fanno del marchio stesso e, dunque, in questo caso, del colore; infatti, i diritti di marchio si mantengono come risultato dell’uso effettivo del marchio e non solo in virtù delle rivendiche depositate di fronte a ciascun Ufficio Marchi in sede di domande.

Tuttavia, proprio per tale ragione, il silenzio del colosso americano porterebbe a ritenere che, al contrario, Tiffany & Co., potrebbe scegliere di non ostacolare gli artisti che utilizzano la sua tinta blu o versioni simili del colore per le loro opere, laddove tali opere non diano origine a rischio di confusione con il marchio in questione o inducano i consumatori a credere che vi sia un’associazione tra queste e la società newyorkese.

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