L’upcycling, il lusso e l’inquadramento del Tribunale francese di primo grado

Chanel Société par Actions Simplifiée non ha di certo bisogno di presentazioni. La blasonatissima maison francese di alta moda è titolare di un vasto portafoglio marchi, comprensivo dell’iconico monogramma recante le – celeberrime – “C” intersecate

con rivendica di prodotti, tra l’altro, nelle classi 14, 25 e 26.

Dal canto suo Kamad Reworked è un piccolo brand parigino, specializzato nella realizzazione di accessori e gioielli mediante il reimpiego, in chiave creativa, di elementi ornamentali provenienti da items griffati.

Secondo la prospettazione di Chanel, l’utilizzazione dei propri segni distintivi a contrassegno di prodotti “nuovi”, non autorizzati, costituirebbe una lesione sia del diritto di marchio sia della rinomanza d’élite che, da sempre, connota la grande firma.

La convenuta ha, quindi, addotto che i propri prodotti debbano essere considerati creazioni autonome, non ponendosi, così, in violazione di diritti di marchio di Chanel (o di terzi in generale). I Giudici di prime cure hanno accolto, convalidandole in modo pressoché integrale, le eccezioni di Chanel, anche sulla scorta del rilevato difetto di prova, da parte della convenuta, dell’autenticità delle componenti utilizzate.

La statuizione è interessante ed innova, in qualche misura, l’inquadramento di massima del fenomeno dell’upcycling offerto sino ad ora dalle Corti, in quanto l’iter argomentativo formulato dai Giudici francesi non si arresta al predetto rilievo, ma esprime il principio per cui l’esaurimento del marchio, che consente la rivendita di prodotti autentici immessi sul mercato dal titolare, non si estende sino a consentire la creazione di nuovi beni incorporanti elementi contrassegnati.

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