Swatch ha depositato azione davanti all’Alta Corte svizzera nei confronti di Samsung per l’ottenimento di un risarcimento da niente meno che 170 milioni di dollari. La richiesta si basa sull’asserita replica pedissequa (riproduzione pressoché identico all’originale), da parte degli gli smartwatch della multinazionale sudcoreana, dei prodotti dell’impresa orologiaia svizzera.
Il fulcro della vicenda, secondo Swatch, riguarda la cosiddetta “watch face”, ossia una nuova interfaccia grafica per il quadrante, comodamente scaricabile dallo store ufficiale di Samsung. Al centro della disputa sono, dunque, ventisei diverse applicazioni di quadranti digitali che, nella prospettazione di Swatch, imiterebbero servilmente l’estetica di alcuni tra i suoi marchi più prestigiosi, quali Tissot, Omega e Breguet. A Swatch preme, evidentemente, presidiare la valenza identitaria delle firme alla stessa riconducibili, quali potenti indicatori di gusto e capacità patrimoniale, spesso propriamente assimilati a status symbols.
La vicenda si pone, a ben vedere, a cavallo tra la tutela del design e la tutela del marchio: il primo afferisce all’aspetto esteriore del prodotto (si pensi a linee, dimensioni o combinazioni cromatiche); il secondo ha la precisa funzione di indicatore della provenienza imprenditoriale dello stesso. Tale duplice profilo è, nel caso in esame, difficilmente scindibile. Se Samsung, dal canto suo, fonda la propria difesa sull’argomentazione che le interfacce grafiche sarebbero state congegnate da sviluppatori indipendenti (e non interni alla stessa Samsung), Swatch quantifica l’ammontare del risarcimento richiesto in ragione del valore che, in astratto, avrebbe avuto un’ipotetica licenza.




