“March Madness” resta al centro del dibattito: il caso NCAA vs. DraftKings

un pallone che entra nel canestro, su sfondo di palazzetto sfocato.

Lo scorso mese di marzo, la National Collegiate Athletic Association (NCAA) ha proposto un’azione legale dinanzi ad una corte federale del Southern District dell’Indiana nei confronti di DraftKings, società con sede a Boston fondata nel 2011 ed attiva nel settore del gioco d’azzardo. L’azione è stata depositata con l’intento di richiedere alla Corte un provvedimento cautelare inibitorio rispetto all’uso, da parte della convenuta, di termini tutelati dalle registrazioni di marchio di titolarità dell’attrice. 

Fondata nel 1906 allo scopo di spingere verso una riforma della tutela degli atleti universitari, la NCAA, con sede ad Indianapolis, è oggi un’associazione nazionale che raccoglie 500.000 studenti-atleti, suddivisi in tre divisioni all’interno di più di mille università e college, e supervisiona quasi un centinaio di campionati nazionali di differenti sport. Proprio per tale ragione, la NCAA è titolare di un consistente portfolio di marchi, comprendente, sul solo territorio statunitense, ben centotrentasei privative. 

Sono ben diciotto le registrazioni di marchio statunitense di titolarità della NCAA a tutela dei propri diritti sul nome “MARCH MADNESS”, con il quale, svolgendosi ogni anno a marzo, il torneo di basket universitario, sia maschile sia femminile, è divenuto, nel tempo, sempre più conosciuto. La prima registrazione (registrazione n. 1571340 per il segno denominativo “MARCH MADNESS”) risale addirittura al 1989, con rivendica del servizio di “presentazione di personalità di atleti e di intrattenimento in un panel” in classe 41, mentre l’ultima domanda (domanda n. 99810349 per il segno denominativo “NCAA MARCH MADNESS OPENING ROUND”) è stata depositata il 7 maggio 2026 con rivendica di una molteplicità di prodotti nelle classi 24 e 25, nonché di servizi nelle classi 35 e 41.

Tornando alla causa depositata dalla NCAA nei confronti di DraftKings, appare opportuno rilevare che l’attrice si è rivolta all’autorità giudiziaria per contestare, in primis, l’utilizzo dei segni oggetto delle proprie privative da parte della convenuta e, di conseguenza, per richiedere l’immediata cessazione di tale utilizzo. Nella memoria introduttiva del giudizio, NCAA ha, in particolare, affermato di aver contattato DraftKings prima di attivarsi formalmente e, al contempo, ha precisato che, nonostante quest’ultima avesse provveduto ad eliminare i riferimenti più evidenti ai termini tutelati dai diritti registrati dell’attrice, DraftKings aveva, però, sostenuto di avere il diritto di utilizzare tali termini quantomeno in relazione alle applicazioni mobili di scommesse sportive. Infatti, secondo la ricostruzione dell’attrice, la convenuta utilizzava liberamente non soltanto la locuzione “March Madness” ma, altresì, i termini “Sweet Sixteen”, “Final Four” ed “Elite 8” nel contesto delle applicazioni di scommesse sportive proposte ai propri clienti.

Secondo quanto riportato dalla stampa, la società convenuta ha affermato, al contrario, di non utilizzare né il termine “March Madness” né gli altri termini oggetto della disputa in funzione di marchio, utilizzandoli, invece, conformemente alla cosiddetta disciplina del “fair use” ed in forza di quanto previsto dal Primo Emendamento. Al contempo, DraftKings ha evidenziato che tali termini verrebbero utilizzati anche in altri contesti, nessuno dei quali oggetto di formali rimostranze da parte della NCAA. 

La rigida posizione tenuta dalla NCAA deriva dal fatto che, nonostante le scommesse siano permesse in ben trentanove Stati, l’associazione ritiene comunque opportuno difendere i propri valori istituzionali, cercando di evitare che lo sport e gli atleti siano, in qualsiasi modo, associati o connessi al settore delle scommesse sportive. In particolare, la NCAA ha affermato che la propria posizione è dovuta alla crescita dei comportamenti molesti subiti dagli atleti a seguito dell’ampliamento della pratica delle scommesse sportive. 

Il giudice Walton Pratt ha, però, deciso di negare l’inibitoria cautelare richiesta dalla NCAA, affermando che, sulla base delle evidenze documentali presentate alla propria attenzione, non era possibile accertare il danno irreparabile che sarebbe derivato alla titolare delle registrazioni di marchio dall’uso dei termini tutelati dalle stesse tramite i canali online della convenuta. Tuttavia, il giudice ha anche rilevato che un’investigazione più puntuale della questione e dei fatti di causa potrebbe, eventualmente, dimostrare la legittimazione dell’attrice ad ottenere un’inibitoria temporanea o, anche, permanente.

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